Tuesday, July 25, 2017

Chi l'avrebbe mai detto - e due!

Chi l'avrebbe mai detto che sarei rimasta incinta.
È successo sei mesi fa, quindi a quest'ora dovrei essermici abituata. Invece mi fa ancora lo stesso effetto. Sorpresa.

Premettiamo alcune cose, che qui non ho mai chiarito.
L'adozione per noi è sempre stata una scelta, mai un ripiego o un piano B ad un piano A andato in modo imprevisto.
Nel momento stesso in cui abbiamo iniziato a cercare di avere figli, abbiamo avviato le pratiche per l'adozione e abbiamo smesso di prendere precauzioni. Immaginavamo una famiglia con figli biologici e figli adottivi e ci dicevamo "Whoever comes first...", vediamo cosa capita prima...
Ingenui.
Dopo neanche un anno era chiaro che entrambe le strade, per motivi che non mi dilungo a spiegare, erano meno facili del previsto.
Dopo due anni abbiamo dovuto fare i conti con la possibilità che né l'una né l'altra strada potessero mai portare ad un figlio.
Adesso che di anni ne sono passati più di cinque guardiamo a quel tempo come ad una benedizione. Stavamo male, parecchio. Ogni volta che guardavamo le liste di documenti da fornire per poter essere potenziali genitori adottivi, entravamo in un circolo vizioso in cui un requisito ci mancava e quando l'avremmo ottenuto i requisiti sarebbero cambiati. Ogni mese che passava senza rimanere incinti ci sentivamo mancanti (sì, "ci", al plurale, perché dell'infertilità vissuta dall'uomo nessuno ne parla, ma fa male uguale) e il fatto che gli esami non definissero chiaramente un problema non aiutava.
Ma dopo tanto star male, abbiamo capito una robetta da niente: la fecondità di una coppia non si può riassumere nella sua fertilità. Ci siamo guardati intorno ed abbiamo iniziato a notare quelle coppie senza figli - per natura o per scelta - che seminavano il bene attorno a loro nei modi più multiformi. Donne e uomini che attuavano l'essere madre e l'essere padre in senso molto più lato del procreare. Alcune di queste persone leggono sicuramente questo post.
E, al contrario, quante coppie attorno a noi con figli e a volte anche tanti, che vivevano l'essere genitori come un ripiegamento su se stessi, o come un veicolo di realizzazione personale, anziché come reale apertura all'altro?
Ma certo, ci siamo detti. Si può essere fecondi in tanti modi e l'avere figli è solo uno di questi.
E così abbiamo iniziato a vederci in modo diverso e a essere famiglia in un modo nuovo. Lo so, è un concetto abbastanza semplice, ma a noi c'è voluto qualche anno per arrivarci. Siamo un po' lenti...

Avevamo fatto pace con l'eventualità di rimanere senza figli: se questi fossero arrivati, ne saremmo stati felici, se invece fossimo rimasti solo noi due sapevamo che ci attendeva una vita diversa, ma non meno ricca o fruttuosa.
Avevamo scalato una piccola montagna ed eravamo arrivati in cima come compagni di cordata che sapevano di poter contare l'uno sull'altro come non mai.

Il Teodolindo ed io ci siamo sposati in montagna. Questa è una foto di quel giorno. Che fosse un segno?


Più di tre anni dopo l'inizio della scarpinata, le cose sul fronte adozione si sono sbloccate e nove mesi dopo ricevevamo la chiamata che ci faceva diventare genitori del Sig. Tenace.
Abbiamo forse tirato un sospiro di sollievo dicendo "Ah, meno male! Dimentichiamoci quella scalata faticosa, per fortuna siamo tornati in pianura!"?
No. La strada percorsa ci aveva cambiati. Diventavamo genitori guardando alla situazione con occhi nuovi e senza smettere di essere la coppia che a quel punto eravamo diventati.

L'arrivo del Sig. Tenace ha pero influenzato il nostro modo di immaginare la nostra famiglia. Come chi legge queste pagine sa, abbiamo iniziato a vederci nelle nostre somiglianze, ma anche nelle nostre differenze. Il Sig. Tenace così unico in famiglia per storia e aspetto: non volevamo che fosse la minoranza visibile a casa nostra, volevamo che i nostri figli - se di plurale si poteva parlare - potessero condividere dei vissuti e, per certi versi, rispecchiarsi l'uno nell'altro. E così abbiamo iniziato le pratiche per la seconda adozione, sempre in Cina. Sull'altro versante, iniziavamo a nutrire dubbi sul modello di famiglia con figli biologici e figli adottivi: imparavamo che le esperienze di chi ci era passato e lo raccontava non erano sicuramente facili, per nessuno dei figli coinvolti. Ma il problema non ci toccava più di tanto, visto che gli anni passavano e con essi diminuivano le probabilità, già basse, di rimanere incinti.
Pian piano non abbiamo più fatto caso al calendario...

Una sera di febbraio, dopo giorni di ritardo, ci siamo decisi a fare il test di gravidanza. Più per tranquillizzarci che fosse solo un ritardo che non altro. E invece il risultato ci ha lasciati a bocca aperta.
Per giorni. Settimane.

Alla fine abbiamo cominciato a parlarne, il Teodolindo ed io. Abbiamo cercato di discernere cosa ci stesse succedendo e ci siamo resi conto che non avevamo capito un cazzo. Che quella scarpinata in montagna non aveva smesso di darci una lezione.
Eccoci lì: ci eravamo ricascati, di nuovo pensavamo di essere noi in pieno controllo delle nostre vite e della nostra visione di famiglia, che ormai immaginavamo solo con figli che arrivavano dalla Cina.
Ed invece quel nuovo sentiero ci ricordava per l'ennesima volta che la vita può sorprenderti. Sempre. E che sta a noi decidere se accettare le salite e le discese, sapendo che poi ci gusteremo il panorama, o se invece sedersi sul ciglio della strada preoccupandosi perché le cose non vanno come avevamo programmato.
La vita ci sorprende e, almeno per come crediamo noi, la sa sempre più lunga di noi.

Così adesso eccoci qui. Il Teodolindo, il Sig. Tenace, ed io con un bebè nella pancia.
Il Teodolindo ed io preghiamo di riuscire ad essere i genitori di cui i nostri figli, entrambi con le loro unicità, avranno bisogno.
Tutti e tre cerchiamo di abituarci alla nuova realtà, con il cuore pieno di stupore e la consapevolezza, per l'ennesima volta, che bisogna affidarsi a quello che la vita sceglie per noi per poterne davvero raccogliere i frutti.

E stavolta il meraviglioso frutto è una Signo Rina, con tanta voglia di scalciare ed un talento da centravanti.





PS il post incazzato sui commenti idioti ricevuti in questi mesi da parenti, amici e passanti del tipo: "Ah, lo sapevo che sarebbe successo! Avete avuto troppa fretta ad adottare!", "Ah, vedi? È la ricompensa per il bene che avete fatto!", "Anche la cugina del cognato di un mio amico è rimasta incinta appena ha fatto domanda d'adozione. Capita sempre così!". Ecco, quel post lì magari lo faccio poi, o magari proprio non lo faccio.

PPS il post sulle reazioni del Sig. Tenace alla notizia, quello invece mi sa che lo scrivo, perché anche per lui è  stata una bella sorpresa.


Tuesday, July 18, 2017

La comunità di appartenenza

Dicono, oggi più di ieri, che un bambino adottato deve essere esposto ad entrambe le culture di appartenenza: quella di nascita e quella di adozione.
Dicono, oggi. Perché fino a ieri si tendeva a cancellare o denigrare la cultura di nascita: ti ho adottato, adesso sei italiano. Punto e a capo, all'insegna della celebrazione della cultura di adozione e dell'idea che, in questo modo, l'integrazione nella società di adozione fosse più facile.
Per fortuna i tempi sono cambiati e sempre di più si dice che bisogna farsi il mazzo, qui da queste parti si dice "to walk the extra mile", per permettere al bambino di integrare nella sua identità tanto la cultura di nascita quanto quella di adozione, senza idealizzare né l'una né l'altra.
Le comunità di appartenenza, le chiamano.



Spesso a percorrere questo "extra mile" ci si dimentica della terza comunità di appartenenza a cui si deve dare accesso.
La comunità degli adottivi.
Il sapere che altri bambini, ma soprattutto persone di ogni eta', sesso e origine, condividono la loro storia è fondamentale.
Ricordo il racconto di una donna adottata dalla Corea. Mi diceva che all'epoca - ha circa 50 anni - lei era l'unica asiatica e l'unica adottata della cittadina in cui è cresciuta in Belgio. I suoi genitori le avevano raccontato la sua storia ("Sei nata in Corea e a 7 mesi ti abbiamo adottata"), ma l'assenza di esposizione a persone che condividessero la sua esperienza e il suo aspetto fisico l'avevano portata a farsi la fantasia che invece forse era malata: quei tratti somatici erano per lei bambina segni di un handicap e la storia dell'adozione, così assurda per lei, era giustificata dal non volerle dire della sua malattia.

Noi, come spesso ci succede, abbiamo capito questo concetto cruciale un po' per culo - o per provvidenza -, attraverso incontri con persone adottive che ci hanno illuminato la strada e a volte ci hanno dato schiaffi virtuali per farci capire cosa prova un bambino con quel vissuto.

Da allora abbiamo ricercato attivamente questi contatti e ci impegniamo perché siamo presenti nella nostra vita e soprattutto nella vita del Sig. Tenace.
Una grande mano ce la dà l'associazione per persone adulte adottive qui in Quebec. Questa qui.
I genitori adottivi non possono esserne membri, ma possono sostenere l'associazione e partecipare alle assemblee e agli eventi. Noi lo facciamo e se l'appuntamento non è solo una discussione del budget, ma anche un evento sociale, di solito ci portiamo dietro il Sig. Tenace che oramai sa che "andiamo là dove ci sono tante persone adottate come me".
All'ultimo pic nic, il Sig. Tenace era cresciuto molto rispetto alla volta precedente e con lui erano cresciuti i suoi pensieri e le sue domande. Ha passato il primo quarto d'ora a chiedermi:
"Mamma, anche questo signore è adottato?"
"Sì, Sig. Tenace, ma non indicare con il dito".
"E anche quella lì'?"
"Sì, ma smettila di puntare il dito verso la gente"
"Anche tu?"
"No, io no, Sig. Tenace, lo sai. Le persone che sono qui sono state tutte adottate tranne me, il papà e questa signora qui dietro'".
Che bello essere per una volta noi la minoranza, e non lui.
E bon, poi è andato a mangiare e giocare.

Stamattina stavo per portare a scuola il Sig. Tenace in bici quando, appena fuori casa, incontriamo la presidente dell'associazione che da poco abita a due passi da casa nostra (l'ho detto che abbiamo culo!). Lei si ferma e ci saluta, saluta soprattutto il Sig. Tenace e lui sa chi è ed è contento di vederla.
E poi in bici il tragitto è stato tutto incentrato su quell'incontro.
"Mamma, anche M. è adottata come me, vero?"
"Sì"
"Cosa vuol dire adottato?"
"Dimmelo tu"
"No, dimmelo tu, mamma!"
Lo sa cosa vuole dire, ma vuole sentirselo ripetere.
"Vuol dire quando la mamma e il papà che mettono al mondo un bambino non possono tenerlo e allora un nuovo papà e una nuova mamma diventano i genitori di quel bambino"
"E anche M. come me ha una mamma e un papà della Cina?"
"No, Sig. Tenace, lei è nata in Corea, ha un papà e una mamma della Corea"
"E poi anche per lei sono arrivati i nuovi genitori?"
"Sì"
"Ed è venuta a vivere a Montreal?"
"Sì"
"Mamma, dov'è la Corea?"
"È vicina alla Cina. È il paese di Pororo"
"Pororo è coreano? E anche Pobi? E Loopy? E Edi?"
...



Questi incontri quotidiani, ecco, per me non hanno prezzo perché la normalità adottiva, se possibile, deve essere anche questo.




Friday, July 14, 2017

Viaggiatori squisiti

"Vengono da lontano, molto lontano. Come è bella e lunga la strada che li ha portati a noi! Nati in Asia o dall'altra parte dell'oceano, nelle Americhe, nativi della Mesopotamia, o dell'Africa verdeggiante, della Persia o del Monte Ararat, molti di questi deliziosi viaggiatori hanno acquisito da molto tempo la nazionalità mediterranea".

Il soggetto non sono persone migranti, ma cibi, protagonisti assoluti del libro che è stato sul mio comodino per mesi e nel mio cuore da tempo.



L'avevo scovato in un localino mignon, ora purtroppo chiuso, che si chiamava "Les mots à la bouche", una libreria di libri di cucina con caffè e pasticceria incorporati. L'avevo adocchiato e subito comprato perché prometteva bene.
"Per questi frutti ed ortaggi seducenti e seduttori, nessun bisogno di lasciapassare, visto o passaporto. Nessuna tassa o imposta da pagare alla dogana. Attraversavano allegramente le frontiere, navigavano sugli oceani, i mari, i fiumi e i corsi d'acqua. Si imbarcavano su navi, dhows, feluche, galere e altre imbarcazioni, avendo per compagni di viaggio marinai, commercianti, pirati o avventurieri."

Ogni capitolo del libro è dedicato ad un alimento.
Si parte dal racconto delle origini e del percorso compiuto, e di come lo si usasse o mangiasse nei diversi paesi in cui questo è approdato.
Si passa poi al viaggio del nome, che è la mia parte preferita. Ad esempio, sesamo (latino, sesamum) deriva dal greco sesamon che a sua volta origina dal babilonese shawash-shamnu. Ma io mi sono sempre chiesta come mai il sesamo in Sicilia si chiami giurgiulena ed è a causa della dominazione araba sull'isola, poiché in arabo sesamo si dice juljulan, da cui deriva ajonjoli in spagnolo e, appunto, giurgiulena in siciliano.

Spesso il racconto diventa una dichiarazione d'amore a questi frutti della terra che hanno percorso migliaia di chilometri, come nel caso della melanzana:
"Mia bella nomade, resta libera, continua a viaggiare senza legami, usalo come uno stendardo questo tuo statuto di bohémienne seducente, tu o straniera davanti a cui tanto i principi quanto i mendicanti si meravigliano."
Il capitolo sull'albicocca. Lo leggi e ne senti il profumo e il sapore.


Credo che, quel giorno in libreria, questo libro mi abbia incuriosito soprattutto perché ero arrivata da poco più di un anno, e stavo scoprendo sulla mia pelle che tanti piatti e cibi che io credevo italiani, o addirittura piemontesi o siciliani, fossero in realtà condivisi da altre culture culinarie.
Un giorno avevo portato al lavoro un vassoietto di baci di dama fatti da me, secondo la ricetta della Elda, amica ottantenne di mia mamma, piemontese da generazioni. "Sono biscotti tipici della mia regione!", avevo detto presentandoli. Una collega li guarda, ne assaggia uno e quasi si commuove "Non sai cosa mi hai regalato, tu oggi! Questi sono identici ai biscotti che mi preparava sempre mia nonna! Non li mangiavo da almeno 30 anni!"
Li preparava sua nonna. In Armenia.
In altre occasioni è stata lei, che mi coccola molto, a portarmi una fetta di pizza armena, con sopra i semi di sesamo, o un'insalata di peperoni e olive nere. Ed ero io a ritrovare gusti familiari.
Per non parlare dei dolci che portavano gli specializzandi arabi alla fine del ramadan: tutti, seppur con nomi e forme diverse, già assaggiati in Sicilia, in occasione delle feste.

Noi figli del mediterraneo siamo la stessa cultura, mangiamo le stesse cose, condividiamo le stesse radici. Melanzane, carciofi, albicocche e caffè ce lo ricordano ogni giorno.



NB Le citazioni riportate sono tradotte da me, come al solito alla maniera un po' cazzona.

Saturday, July 1, 2017

Il sabato del villaggio

Nella sera del sabato del villaggio di casa nostra, la donzelletta è una graziosa brunetta di 39 anni che, messo a letto il figlio, nel silenzio e penombra della casa, mescola farina uova e latte per preparare la colazione della domenica.

La poesia finisce qui, anche se quel momento in cui sola e silenziosa io preparo l'impasto per i pancakes è uno dei miei preferiti di tutta la settimana.

Nulla vieta di preparare il tutto la mattina stessa, ma io trovo che non solo sia più pratico svegliarsi e trovare già la pastella pronta, ma che il riposo notturno giovi ai pancakes.

Si tratta di pancakes con un po' di farina di mais che conferisce un gusto unico e che si sposa molto bene con le fragole. Essendo piuttosto sottili, sembrano più crêpes che pancakes.

1/2 tazza di farina di riso integrale
1/4 tazza di farina di tapioca
1/4 tazza di farina di mais
2 uova
1 tazza di latte
1 cucchiaino di lievito per dolci

Si mescolano dapprima le tre farine con il lievito. Si aggiunge l'uovo e, a poco a poco il latte, fino ad avere una pastella liscia. Si copre e si mette a riposare in frigo fino al mattino seguente.

La domenica mattina si taglia la frutta da usare: fragole e pesche sono il nostro abbinamento preferito (soprattutto quando si ha una scorta di fragole per un anno in frigo...).
Si fa cuocere un mestolino di pastella in una padella imburrata, avendo cura che sia abbastanza sottile - la pastella, non la padella. Prima di girare la crêpe, si aggiunge la frutta e si ripiega a metà il pancake. Si gira, e si lascia cuocere per altri due-tre minuti.
A questo punto ci sono due opzioni: si toglie dal fuoco e si serve irrorando di sciroppo d'acero, oppure si lascia sul fuoco e si bagna con succo di frutta (pesca in questo caso, o arancia). In entrambi i modi sono deliziose.




E per finire torniamo a Leopardi, che a lui se non ricordo male già gli veniva la tristezza la domenica pensando alla settimana. Ecco, la possibilità di preparare questi pancakes la sera prima, fa sì che essi allietino non solo i giorni di festa, ma anche i lunedì mattina che spesso sono un po' più duri per tutti, non solo per il buon vecchio Giacomo.

Thursday, June 29, 2017

Fragole

Arriva l'estate ed arriva la stagione delle scorte di frutta. Non è mai troppo presto per cominciare, perché la sindrome dello scoiattolo colpisce già a giugno.
Noi abbiamo iniziato con le fragole, che siamo andati a raccogliere un sabato mattina in compagnia dei nostri amici che ci raccomandano sempre i migliori produttori (e poi ci danno anche le ricette dei crumbles...).




Questo è stato il raccolto, dopo un'oretta e mezza di schiene piegate sotto il sole.



E poi che farci con tutte 'ste fragole? Che, diciamocelo, bello bucolico andare a raccogliere fragole nei campi, neh, ma poi bisogna pulirle e lavarle e decidere come usarle. E a quel punto della giornata si è già un po' stanchi, ma non ci siamo persi d'animo e ci siamo dati da fare.

Un cestino è stato lavato e "depicciolato" ed è finito in frigo per il pronto uso (alias, riserva continua del Sig. Tenace che alla sera pisciava rosa da quante se ne fosse mangiate).

Il secondo cestino è stato lavato, depicciolato anch'esso e poi è finito nel congelatore, per le scorte invernali quando si avrà voglia di crostata o pancakes.

Il terzo è stato - indovina? - lavato e depicciolato e poi, con cinque gambi di rabarbaro e una stecca di vaniglia, è finito in un pentolone per diventare marmellata.


La marmellata di fragole, rabarbaro e vaniglia, prima volta in vita mia che la facevo, si è rivelata ottima. Ma proprio ottima.
Ho usato le solite proporzioni raccomandatemi dalla Enrica, fida amica di mia madre, esperta in marmellate: 300 g di zucchero di canna per 1kg di frutta (qui la ricetta originale).

E con il cestino pronto uso che ci ho fatto?
Potevo forse lasciarlo lì, facile preda di manine voraci?
No.
Come detto sopra, la mia amica spacciatrice di fornitori biologici è anche maestra di crumble improvvisati e mi ha passato la sua pseudo ricetta. Pseudo perché va molto a occhio, e per questo ci troviamo molto bene visto che abbiamo lo stesso approccio alla cucina. 

Riporto la ricetta direttamente dal suo messaggio whatsapp; notate la precisione delle dosi, ma ripeto io e lei ci capiamo ;)

Crumble di fragole
300 g di farina (riso bruno, saraceno, e un po' di bianca) [per noi senza glutine: farina di riso bruno, saraceno, mais]
qualche grano di saraceno intero [io non ce l'avevo, non l'ho messo]
1 uovo intero
un bel po' di olio di cocco [come sopra, non ce l'avevo; ho messo burro]
magari 3-4 cucchiai di zucchero
un po' di cannella e un po' di acqua se resta asciutto

Impasto con le mani, sbriciolo tutto bene e stendo sopra ad uno strato di fragole (con qualche goccia di limone e un pelino di sciroppo d'acero).
Schiaccio un po' lo strato di farina sopra alle fragole e poi inforno per 45 minuti. 
Grazie, Silvia!

Il crumble a colazione, alla luce dell'alba, nel piatto di un certo signore


Tutto qui? No. La morte loro è nei pancakes della domenica mattina. Ma quelli li riservo per un altro post.

Monday, June 19, 2017

Impara le lingue con il Sig. Tenace - altro capitolo

Il tempo passa, e in questa casa si continua ad imparare lingue varie, nei modi più disparati.
Sul mio apprendimento del cinese passerei per questa volta, più che altro perche io me la sono andata a cercare e me la gratto.
Mi soffermerei invece sul piccolo di casa che combatte con quattro lingue. Osservarlo è molto interessante, se evito di farmi prendere dai sensi di colpa per la fatica a cui lo stiamo sottoponendo quando invece potrebbe parlare fluentemente e correttamente solo una lingua, senza dover prevedere futuri problemi a scuola, anziché arrancare malamente tra quattro.

Di seguito qualche esempio di quel che si osserva ultimamente:

I dialoghi
Io: "Mr. Fighter, what if we speak English today?"
Lui: "No, non in inglese!"
Io: "You want me to speak Italian, right?"
Lui: "Oui!!"


Il lessico
Mi usa come vocabolario portatile, così piu volte al giorno lo scenario è questo:
Sig. Tenace: "Mamma, come si dice aereo in inglese?"
Io: "Plane"
Sig. Tenace: "E in cinese?"
Io (che culo! Questa la so!): "飞机 (fēijī)"


Sig. Tenace: "Come si dice playdoh in italiano?"
Io: "Uhm, quando ero piccola io lo chiamavamo pongo o didò"
Sig. Tenace: "E in cinese?"
Io: "Eh, non lo so Sig. Tenace. Non l'ho ancora imparato"
Sig. Tenace: "No, davvero. Come si dice playdoh in cinese? Dimmelo."


Sig. Tenace: "Mamma, treno in inglese si dice train. E in cinese?"
Io: "火车 (huŏchē)"
Sig. Tenace: "Non mi piace. Preferisco train. Uso train."
Il concetto che non si possano pescare termini di lingue diverse solo in base al proprio gusto personale sfugge completamente al Sig. Tenace.


Le regole grammaticali.
Queste sono un classico comune a tutti i bambini nella sua situazione.

Quelle mutate da una lingua all'altra:
"Mamma, sono non contento!" (trad. di "I'm not happy"?)

Quelle inventate di sana pianta:
"È capitato tanti giorni giorni fa"
"Ci siamo andati tanti mesi mesi fa"

La migliore, finora:
Cena a base di ravioli cinesi.
"Mmmh... dumplings!"
Ne divora sette, poi mi chiede
"Mamma, posso avere ancora un dumplong" (Plurale dumplIngs, singolare dumplOng)


Friday, June 9, 2017

Un'altra idea di vacanza - capitolo II

A casa nostra stiamo diventando esperti di vacanze alternative, non potendo per molte ragioni far valigie e partire per lidi lontani.
Abbiamo ormai consolidato una formula inusuale di vacanza coppia, che ci piace assai, ma era da un po' che mi girava in testa un'altra idea di vacanza: quella mamma figlio.  
E così ho proposto al Sig. Tenace "Let's go out on a date, my little one!". Più o meno. In realtà gli ho detto: "Io domani sto a casa in vacanza: tu vuoi andare all'asilo o stare con me?"

Stamattina ci siamo alzati come al solito di buon'ora (5.40...), grazie ai risvegli precoci del signorino, e dopo un'abbondante colazione abbiamo salutato il papà che andava al lavoro, mentre noi vacanzieri ci preparavamo alla prima attività della giornata: lo svuotamento cuscini mirato al lavaggio federe.
Niente di eccitante, se non fosse che noi dormiamo su cuscini riempiti di pula di grano saraceno che va tolta dai cuscini in attesa di essere riutilizzata dentro a federe pulite. L'operazione fa venire l'orticaria al Teodolindo perché sa bene che essa dovrebbe essere tenuta  lontana da un bambino di 4 anni (e da una certa donna di 39) che non sa resistere a bacinelle e pentoloni di scaglie di grano trasformabili in mille robe: una piscina per i lego, un finto impasto per una torta, montagne di terra da raccogliere con la ruspa, ... Una meraviglia. L'esito dei diversi giochi è invece puntualmente unico: trovare scaglie di grano nascoste ovunque, mutande incluse, per giorni.

L'inizio delle danze... quando l'ordine regna ancora sovrano tra le scaglie.


Il Teodolindo è uscito di casa sbuffando e dicendomi: "Preferisco non esserci, e comunque non capisco perché glielo lasci fare". Perché è divertente.

Potevamo continuare per ore, ma a mezzogiorno io avevo il pranzo di un laboratorio con cui collaboro. Ci siamo avviati tranquillamente lungo la strada, partendo per tempo visto che dovevamo attraversare la città. Ci siamo fermati a comprare una scatola di macarons da portare al pranzo, e ce ne siamo mangiati due come spuntino di metà mattina: io al caramel et fleur de sel, lui alla frutta tropicale (de gustibus...).

Il viaggio in autobus, poi metropolitana e quindi a piedi ha previsto anche una sosta prolungata sul ponte sopra la tangenziale, per guardare le macchine che sfrecciavano. Eccitante, almeno per il 50% della comitiva.

Panorama su tangenziale

Ci siamo goduti un eccellente pranzo pieno di leccornie fatte da altri, e si sa che in questo siamo campioni.

Bagels, dumplings, macarons, anguria,...


Poi dopo chiacchiere con colleghi per me, e giochi interminabili con il cane dei padroni di casa per il mio compare, ci siamo accomiatati per rientrare a casa.
Altra sosta, imperdibile, per osservare attentamente dei lavori in corso per il rifacimento delle fognature:

"Mamma, poi da quel tubo passa la cacca?", "Sì, Sig. Tenace, andiamo?", "No, aspetta che vediamo bene"

Nel tragitto di ritorno il Sig. Tenace si è addormentato, così io mi sono fermata sotto casa, all'ombra dell'acero, a godermi il fresco e a leggere fino al suo risveglio.
Al rientro in casa, accaldati, ho pensato che non ci sarebbe stata cosa migliore che metterci a mollo nella vasca da bagno, con il costume da bagno, come fossimo in piscina.

La giornata si è conclusa con il ritorno a casa del lavoratore, che ci ha trovati contenti, e una minestra di fave da mangiare per cena sul terrazzo.

Mi è sembrato di cogliere un velo di gelosia nello sguardo del Teodolindo...





Friday, May 26, 2017

I piaceri della vita

Che mi piaccia ogni tanto gustarmi un pasto da sola non è segreto. Le occasioni per farlo, però, si sono diradate prima con l'introduzione del Teodolindo nella mia quotidianità - ormai secoli fa - e poi, esponenzialmente, con l'arrivo del Sig. Tenace.
Ma se ho l'occasione la colgo al volo e me la gusto.

Ieri, per esempio, avevo promesso al Sig. Tenace che avrei portato a casa per cena dei  饺子jiaozi, di Harbin, il nostro ristorante di dumplings preferito. Così tornando dal lavoro, verso le cinque del pomeriggio, mi sono fermata lì e ho ordinato un'abbondanza di dumplings e due noodles di riso per il Teodolindo.
Ma mentre sceglievo dal menù, ho sentito l'appetito aumentare, o forse era proprio fame, e dopo l'ordine ho aggiunto:
"E poi posso avere anche una porzione di tofu fritto?"
"Sempre da portare via?"
"No, no. Quello lo mangio qui."
"Perfetto."

Dumplings e tofu fritto da Harbin (Foto da qui)


La cameriera mi ha prontamente apparecchiato un posto al bancone e dopo pochi minuti è arrivato, caldo e fumante, il mio piatto di tofu fritto. Me lo sono assaporato lentamente, con la salsa piccante sopra, aspettando che i dumplings fossero pronti e, visto che sono fatti a mano al momento, ci va un po'. Intanto guardavo lo schermo davanti a me, sintonizzato su un canale della tv cinese che trasmetteva un programma di cucina. Il tofu fritto non mi è mai sembrato così buono.
Puro godimento.




Monday, May 15, 2017

L'ermetismo della minestra

È andata così. Sabato mattina il Teodolindo si carica in bici il Sig. Tenace e se ne va al mercato, si ferma al banco di un tale Leopoldo e se ne torna a casa con un sacco di fave e un sacco di piselli. Stiamo parlando di legumi freschi che qui in Canadà sono merce rara e preziosa.

Io felice. Le fave mi fanno felice, perché mi piacciono e perché mi ricordano le minestre della mia nonna siciliana.

Così ieri pomeriggio, mentre mi appresto a cucinarle, mando su whatsapp a mio padre, siculo doc, una foto che ritrae suo nipote cino-italiano-canadese intento a sbucciare le fave. Adesso lo commuovo, mi dico.

Nella foto per il nonno si vedeva anche la faccia del nipote

Invece, per risposta, anziché lacrime mi arriva il seguente testo:
Ok sai come cucinarle

ché mio padre - da vero uomo di Sicilia- non solo è di poche parole, ma nei messaggi risparmia pure sulla punteggiatura.
Io gli dico che pensavo di fare una minestra con cipolla e sedano e, aggiungo, "Altrimenti come si fanno?"

Ed è a questo punto che mi risponde con la ricetta più succinta ed ermetica del mondo (testuale messaggio):

Patate cipolla e fave,
però le fave le aggiungi dopo,
e un po' di sugo

E io eseguo, perché in fondo da quelle 15 parole di ricetta ho capito cosa fare.
Spengo il brodo con cipolla e sedano che stavo già preparando.
Sbuccio una grossa patata e una cipolla. Le taglio con pazienza a pezzedduzzi come avrebbe fatto la nonna, le metto nella solita pentola della minestra con un po' d'olio e faccio rosolare un minuto. Poi aggiungo il brodo e cuocio per venti minuti. Disubbidisco al padre, facendoci cadere dentro una foglia di alloro, quindi metto le fave. Lascio lì sul fuoco basso per un bel po' - le fave si devono quasi disfare - e intanto a parte faccio bollire dell'acqua per cuocerci i ditalini. Due minuti prima di spegnere aggiungo un cucchiaio di sugo di pomodoro che mi era avanzato dal giorno prima (botta di culo enorme, ad averne).

La minestra cuoce a fuoco basso, e si nota la clandestina foglia di alloro


Porto in tavola la pentola e amministro la zuppa. Un filo d'olio a crudo nei piatti, pepe fresco e parmigiano. Unico rammarico il non aver avuto a disposizione del pecorino o della ricotta salata.

Pacienza.


Il mio piatto, prima di tuffarmici. È stato il primo di tre...


Wednesday, May 10, 2017

Kawasaki ninja

Da qualche settimana il Sig. Tenace mi dice che, quando sarà grande, mi porterà lui al lavoro, in sella ad una Kawasaki Ninja verde luccicante.
Se quando me lo dice siamo a casa, si deve mettere in scena il momento, seduti sul divano: lui che sale sulla moto, si allaccia il casco viola con visiera scura, infila i guanti, mi dice di salire, anch'io con casco in testa, di tenermi a lui e poi via che si parte tra curve e salite.
Giunti a destinazione, mi dà un bacio e mi dice che lui o il Teodolindo verranno a prendermi dopo la nanna (prima o poi devo spiegargli che al lavoro non è d'uso il pisolino).


Il Sig. Tenace ed io, nei nostri sogni - da qui


Io lo guardo ripartire con gli occhi a forma di cuore, sospirando, ben conscia del fatto che quando il Sig. Tenace potrà guidare una moto, premesso che la Kawasaki ninja sia ancora in produzione, io sarò probabilmente l'ultima persona con cui lui vorrà farsi vedere in giro in moto.


Friday, May 5, 2017

Ode al risotto

Ci sono piatti che cucino più per l'atto stesso del prepararli che per il gusto di mangiarli. Uno di questi è indubbiamente il risotto. Al ristorante non lo preferirei mai ad un piatto di pasta, ma a casa, vuoi mettere il godimento puro nel preparare un risotto?

È un'esperienza sensoriale pura, quasi terapeutica. Già il preparare il brodo con le verdure mi piace, scegliere se metterci l'alloro o il prezzemolo, annusarlo. E poi fare il soffritto e ascoltarne il rumore, far tostare il riso e sentirlo tintinnare sulle pareti della pentola e poi bagnarlo con il vino e sentirlo sfrigolare mentre l'alcol evapora. Infine il coccolarlo per il tempo necessario, con mestoli di brodo e mescolate con il cucchiaio di legno, sempre il solito. Che se io ho la pentola per le minestre, c'ho pure la pentola per il risotto e il cucchiaio di legno apposito, che null'altro è se non un cucchiaiaccio usato per lo scopo da anni.


Poi c'ho le mie fisse, che sono la preferenza sfacciata per il vialone nano rispetto al carnaroli, e il fatto di usare sempre burro e olio per il soffritto. E infine il mantecarlo di nuovo con burro e, se ci sta, il formaggio, rigorosamente a cottura finita, fuori dal fuoco.


Questo qui sopra è un risotto cacio e pepe al limone preso da una puntata della Prova del Cuoco, fatto da Sergio Barzetti. Il filo d'olio che si vede è un olio di oliva in cui sono state lasciate in infusione bucce di limone e pepe nero. Lo sentite il profumo?

Quello qui sotto invece è il più classico, e sempre amato, almeno da me, risotto al radicchio. Mi piace per l'amaro del radicchio e per tutte le sue sfumature di rosa.

La foto è presa dal mio profilo instagram, da cui la qualità un po' penosa

Tutto ciò non solo per fare un'ode al risotto, ma anche per avere idee. Se chi passa di qua suggerisce risotti o condivide passione o vuole fare due chiacchiere sul risotto io ne son ben contenta.

Tuesday, May 2, 2017

la differenza nelle ciglia

Consueto martedì mattina. In bagno davanti allo specchio io mi trucco gli occhi mentre il Sig. Tenace si lava i denti con lo spazzolino delle tartarughe ninja.

"Mamma, le mie ciglia?"
"Le tue ciglia, cosa?"
"Dove sono le mie ciglia?" e accompagna le parole con il gesto che ormai ripete da quasi due anni, afferrando le mie, di ciglia.
"Stella, le tue ciglia sono qui (gli tocco le palpebre), solo che sono più nascoste delle mie."
Non lo vedo persuaso. Continua a toccare le mie, di palpebre, e ci guardiamo allo specchio.
"Sig. Tenace, lo sai, io ho gli occhi così, e tu li hai così, tu hai il naso piccolo e io ce l'ho grosso - per non parlare di quello del papà (ride)! Tu hai le ciglia come Kim Lynh, come Brady, come Milo, e come Pingbei, e come il papà di Heilam,..."
Ascolta e non si muove da davanti allo specchio.
"È perche' le persone che sono nate in Cina o che hanno il papà e la mamma cinesi [per ora, mi dico, limitiamoci alla Cina che il concetto di Asia viene troppo complicato alle 7.30 del mattino] hanno gli occhi e il naso simili ai tuoi".
"È la mamma della Cina?"
"Sì, sono la mamma della Cina e il papà della Cina che ti hanno dato 'sti occhi bellissimi e 'sto nasino spettacolare. Anche loro li hanno così. Io invece sono nata in Italia dove tanta gente ha gli occhi e il naso come i miei". [Oddio, mi sto incasinando...]

Tempo fa eravamo sull'autobus, al rientro a casa, e c'erano vicino a noi un signore nero, alcuni asiatici e alcune persone bianche. Il Sig. Tenace indica il signore nero:
"Mamma, quel signore ha il naso grooossso" [Grazie di averlo detto in italiano! Grazie!!]
"Sì, ha il naso più grosso del mio e del tuo"
"Anche del papà"
"Sì, anche del papà"
"Quando io cresco, mi viene il naso grosso come quello del papà"
"Per carità no! No, Sig. Tenace, quando crescerai ti resterà il naso abbastanza piccolo, più come quello del papà di Oscar, o della mamma di Finn, o del papà di Milo,..."
"Allora come quello del papà di Oscar"
"Ok!" [in effetti e' un figo pauroso...]


da qui

Queste sono le nostre normali conversazioni, che a volte sono più complicate e altre meno, ma che prima di tutto mi rinforzano l'idea che i bambini eccome se le vedono le differenze razziali, alla facciazza di quelli che dicono che è tutto un costrutto sociale. E poi mi bacio i gomiti per la fortuna che abbiamo nel poter mandare il Sig. Tenace in un asilo dove tanti bambini gli assomigliano, e per vivere in una città in cui i racial mirrors non dobbiamo andare a cercarli con il lanternino, ma sono attorno a noi ogni giorno.


PS. il naso del Teodolindo non è poi particolarmente grosso, o almeno non ce n'eravamo mai accorti finché non è arrivato il Sig. Tenace e ha spostato la barra di tutti i nostri riferimenti di dimensione nasesca...




Per chi fosse interessato all'argomento, due articoli:

L'importanza dei racial mirrors per i bambini adottati tramite adozione transrazziale

I benefici a livello cerebrale del crescere in un ambiente etnicamente diversificato (racially diverse)




Thursday, April 6, 2017

Il mio comodino. Marzo 2017.

Ok, sono in ritardo di un qualche giorno, ma questo era il mio comodino il giorno 26 marzo scorso.





Sorvolo sulla presenza di Clifford cane rosso e del preziosissimo olio Vea.

Ho iniziato a leggere il primo romanzo di Xinran, "Baguettes chinoises", che non è stato tradotto in italiano, almeno per quanto sono riuscita a cercare.
Xinran è una giornalista cinese, ora residente a Londra, nota per il libro di inchiesta "Le figlie perdute della Cina".
Pur essendo "Baguettes chinoises" un romanzo, lo stile giornalistico ne esce prorompente, complice anche il fatto che la storia è fortemente ispirata a quella di tre donne incontrate da Xinran.
Il titolo fa riferimento al fatto che in alcune zone della Cina rurale, anche ai giorni nostri, i figli maschi sono considerati le travi su cui si regge la casa, mentre le figlie femmine non sono altro che semplici "bacchette": utili nella vita di tutti i giorni, ma fragili.
Io lo sto leggendo d'un fiato.
E adesso divento autoritaria: se non avete mai letto nulla di Xinran, iniziate ora. E per favore iniziate da  "Le figlie perdute della Cina". Tra l'altro, da questo libro, è poi nato tutto quello che è diventato The Mothers' Bridge of Love, libro per bambini compreso.

Dal libro Motherbridge of love


L'altro elemento sul comodino è L'Itineraire, periodico venduto per strada e scritto da persone itineranti (o forse in italiano si dice senza fissa dimora? non lo so più...).
Lo compriamo regolarmente e ci ha cambiato il modo di vedere l'itineranza e di conseguenza di approcciarci alle persone che vivono in situazioni anomali.
Un articolo mi ha particolarmente colpito; si intitolava "Tutte quelle cose che dormono al caldo". L'aveva scritto un uomo sui 50 anni, abituato a cercarsi un riparo per la notte, cosa particolarmente complicata nell'inverno canadese, quando una notte passata fuori può voler dire morire di freddo. Quest'uomo, con una leggerezza sorprendente, raccontava di aver trovato rifugio, una sera, in un capanno degli attrezzi per la pista di pattinaggio di un parco (tra l'altro proprio nel nostro quartiere).
"Incredibile - scriveva - avevano dimenticato la porta aperta ed il capanno era pure riscaldato! Ho dormito tra le reti e le mazze da hockey ed è stata una notte da favola". 

La notte successiva ovviamente il capanno era chiuso, ma fortunatamente è riuscito ad intrufolarsi nel parcheggio sotterraneo di un palazzo. E di nuovo, con sua sorpresa, il parcheggio era riscaldato!
"Mi sono addormentato, tra le macchine, pensando: pero', tutte queste cose che dormono al caldo! Che fortuna che hanno."

Monday, March 27, 2017

Mangiare da soli - capitolo III


You’re organizing a literary dinner party. Which three writers, dead or alive, do you invite? 

None. I would never do it. My idea of a great literary dinner party is Fran, eating alone, reading a book. That’s my idea of a literary dinner party. When I eat alone, I spend a lot of time, before I sit down to my meager meal, choosing what to read. And I’m a lot better choosing a book than preparing a meal. And I never eat anything without reading. Ever. If I’m eating an apple, I have to get a book.


[Dall'intervista a Fran Lebowitz apparsa sul NY Times]





Che magnifica idea. Un literary dinner party da sola. Scegliere il libro mentre si prepara la cena, poi sedersi a tavola, da sola, mangiare e leggere. Adoro.



PS Nella stessa intervista, sensazionale la risposta alla domanda "Se potessi costringere il Presidente (Trump) a leggere un libro, quale sceglieresti?"
"It would depend on who’s reading it to him."
:-D

Wednesday, March 22, 2017

California dreaming

Comunicazione di servizio.

Prossimamente il Teodolindo, il Sig. Tenace ed io saremo in trasferta di lavoro in quel di Long Beach, California. La trasferta di lavoro implica che io vestirò tubini neri e tacchi cercando di essere professionale, mentre il Teodolindo ed il Sig. Tenace staranno in infradito e occhiali da sole a godersi il sole della West Coast.



Ora, visto che oggi 22 marzo noi qui a Montreal stiamo ancora messi così



potete capire con quale trepidazione aspettiamo di imbarcarci sul volo che ci porterà a scaldarci un attimo chiappe e ossa, sperando che al nostro rientro la primavera sia giunta anche in Quebec.

Ma veniamo all'oggetto vero e proprio della comunicazione di servizio:

-chi di voi che legge sarà da quelle parti?
-chi sa darci darci consigli su dove mangiare, che posti vedere, cosa fare e come goderci al meglio il soggiorno a sud di L.A.?

Aspettiamo vostre dritte, qui in commento o via email (slicingpotatoes[at]gmail[dot]com).




Thursday, March 16, 2017

Il mascarpone

Qualche settimana c'è stato il compleanno del Teodolindo e io, conoscendo il mio pollo, avevo comprato del buon mascarpone - a peso oro - per preparargli qualcosa simil-tiramisù, suo dolce preferito, senza glutine.
Qualcosa come questi bicchierini che avevo fatto ques'estate:


Crema da tiramisù, alternata a biscotti al burro di noccioline sbriciolati e pesche.

Però poi, quella sera lì, come quella precedente e come i giorni che l'hanno seguita, siamo stati un po' travolti da imprevisti che han fatto sì che né il tiramisù né qualche suo parente senza savoiardi venissero preparati.

E il mascarpone giacque nel frigorifero fino alla vigilia della data di scadenza.

Capita così a casa nostra. Io apro il frigo, esclamo "Merda!", estraggo l'ingrediente che sta per tirare le cuoia e poi son boh, ci faccio qualcosa.

Stavolta ho messo i preziosi 250 g di mascarpone dritti nell'impasto di una torta. Che è un po' un sacrilegio, da questa parte del mondo, ma avevamo bisogno di qualcosa per far colazione il giorno dopo ed erano le sette di sera.

Ho usato la stessa identica ricetta del cake al burro di mandorle, sostituendo il burro di mandorle con il mascarpone. E poi schiaffandoci dentro due cucchiaiate abbondanti di Nutella (altra roba che a casa nostra non c'è mai e quindi preziosa come diamanti), appena prima di infornare, già nello stampo da plumcake.


Giusto per riportare la ricetta:

190 g di farina (per me 100g di tapioca, 50 g di farina di riso bruno, 40 g di farina di grano saraceno)
100 g di zucchero di canna
1 cucchiaino di lievito
1 cucchiaino di bicarbonato
250 g di mascarpone
un po' di latte, se necessario
2 uova felici
Nutella, facoltativa

Si setacciano le farine insieme con il lievito e il bicarbonato, quindi si aggiunge lo zucchero.
In un'altra ciotola si mescola il mascarpone con le uova.
Si incorpora il composto di mascarpone e uova alle farine, e se dovesse risultare troppo denso si aggiunge qualche cucchiaio di latte.
Si versa quindi il composto in uno stampo da plum cake imburrato ed infarinato. A questo punto, si prende una bella cucchiaiata di Nutella o crema al cioccolato e la si versa sul composto, si danno due mescolate rapide e quindi si inforna a 180° C per 45-50 minuti circa.

La torta è venuta sorprendentemente buona, oltre che rapida.

Però mi resta il quesito: che altro avrei potuto fare con 250 g di mascarpone?! Voi che avreste fatto?

Monday, March 6, 2017

Quando si dice famiglia italo-cinese...

Ricordo un tempo in cui mi auguravo che il Sig. Tenace crescesse metaforicamente con una polpetta in una mano e un dumpling nell'altra.

Un anno e mezzo dopo, capitano domeniche in cui, senza farlo apposta, si mangia pizza a pranzo

Grazie Pizzeria No. 900 per aver aperto un locale a due passi da casa! Muah!


e jiaozi (饺子) fatti in casa per cena.

Il primo tentativo mio e del Sig. Tenace senza aiuti esterni. Moolto fieri del risultato!

Se doveste chiedervi cosa ha preferito il Sig. Tenace, la risposta non prevede tentennamenti. I jiaozi sono stati spazzolati prima ancora di avere avuto il tempo di dire "buon appetito", mentre la pizza è stata mangiucchiata pigramente e lasciata a metà. Però se al posto della pizza avessi fatto un risotto, sarebbe stato un bel testa a testa con i dumplings.




Wednesday, February 22, 2017

Il mio comodino. Febbraio 2017

Il mio comodino, domenica scorsa.



Continua ad esserci la buona Elisabetta della Trinità. Il libro l'ho finito, ma adesso mi sto rileggendo le pagine in cui avevo messo un segno.
Cito a memoria
"Come diceva Gesù a Caterina da Siena "Tu pensa a me, a te penserò io"."

È arrivato Enzo Bianchi, o meglio è arrivato il suo libro, "Spezzare il pane. Gesù a tavola e la sapienza del vivere", portatomi a Natale da mia madre su mia richiesta.  Non saprei neanche quale citazione mettere, da tante che ce ne sarebbero.

Mai senza l'altro, neppure a tavola! Nel Padre Nostro non sta scritto: "Dammi oggi il mio pane quotidiano" - suonerebbe come una bestemmia! - ma "Dacci, da' a tutti noi il pane di ogni giorno, e così ti potremo chiamare Padre nostro e non Padre mio"!
Permettetemi di ricordarlo: se il pane, bisogno comune, pane per tutti, non è condiviso, allora "le pain se lève", "il pane insorge, si alza in rivolta".

Infine ho iniziato un libro che era nella mia lista di cose da leggere da mesi. Si tratta di "The myth of the model minority. Asian Americans facing racism" di Rosalind Chou e Joe Feagin. È un saggio, non propriamente una lettura da comodino.
Si tratta di un testo fondamentale per capire il mito della minoranza modello e degli stereotipi che esso comporta. Robe del tipo "gli Asiatici son tutti dei geni della matematica, sono tutti intelligenti, sono docili e non fanno casini." Questi stereotipi, per quanto possano sembrare positivi, restano comunque stereotipi e sono perfetti per giustificare la presunta assenza di razzismo sistematico in Nordamerica con l'obiezione: "Ma se davvero l'America (o il Canada...) è razzista, allora perché ci sono così tanti Asiatici che hanno successo in campo accademico e tecnologico?". Ecco la risposta:

The dominant white group and its elite stand in a position of such power that they can rate groups of color socially and assign them "grades" on a type of "minority report card". Whites thus give certain Asian American groups a "model minority" rating, while other groups of color receive lower marks as "problem minorities". However, the hierarchical positions that whites are willing to give any groups of color are always significantly below them on the racial ladder.

[mia traduzione grossolana: Il gruppo dominante bianco e le sue elite sono in una tale posizione di potere da permettersi di classificare le minoranze e attribuire loro "voti". Di conseguenza, i bianchi concedono agli Asian American il grado di "minoranza modello", mentre collocano a livelli più bassi altri gruppi definendoli "minoranze problematiche".  Tuttavia, il livello gerarchico di una minoranza sulla scala razziale sarà sempre significativamente inferiore a quello della popolazione bianca che l'ha attribuito.]

Tuesday, February 14, 2017

Say my name

Non so se  ho mai scritto perché il Sig. Tenace si chiami così. Voglio dire, perché il Teodolindo ed io abbiamo deciso che lui mantenesse il suo nome cinese, dandogli solo il cognome del Teodolindo.

Forse non ne ho mai scritto perché per noi è stata una scelta naturale: era il suo nome da sempre, aveva due anni e mezzo quindi sapeva bene a quale nome voltarsi, infine era una delle poche cose che gli appartenevano e che definivano la sua identità da sempre.
Se ad una persona togli il nome, quanto togli e cosa resta?

Poi, va be', ci sono state altre motivazioni secondarie, ma importanti.
Ad esempio quel momento illuminante in cui ho assistito ad un colloquio di lavoro e la persona intervistata, titolare di un curriculum stellare e di un nome inglese, ha suscitato la sorpresa dell'esaminatore nel momento in cui ha varcato la porta, perché asiatica. E così il colloquio, da professionale, si è trasformato in
"Ma tu da dove vieni?"
"Toronto"
"No, ma davvero: di dove sei?"
"Sono canadese. (giustamente, iniziava a stizzirsi) Sono nato e cresciuto a Toronto!"
"No, ma i tuoi genitori di dove sono? O i tuoi nonni?".
Ah, per la cronaca, la persona con il cv stellare non è stata presa.

O quella volta in cui un segretario è andato in sala d'aspetto, ha dato un'occhiata alle persone in attesa, poi è tornato e mi ha detto
"No, il tuo paziente non è arrivato."
"Come lo sai? C'è gente in sala d'aspetto. Hai chiesto?"
"No, ma questo è un nome italiano e di là ci sono solo neri" (Gli ho suggerito di tornare nella sala e chiedere ad alta voce)

Dicevo, momenti illuminanti che ci hanno confermato che, anche in una società post-nazionale come quella canadese, è meglio che il nome rifletta l'identità, anche razziale e culturale, di una persona.

Quando stamattina ho letto dell'episodio di razzismo avvenuto alla Columbia University - a New York eh, mica nel profondo sud degli USA - in cui in occasione del capodanno cinese i nomi degli studenti asiatici è stato rimosso dalle porte dei dormitori, ho avuto un sussulto. Nomi tolti, identità negate.

Poi, un secondo dopo, ho visto come gli studenti cinesi hanno risposto:




"Sig. Tenace."
Gli insegneremo ad amare il suo nome (e il suo cognome), che fanno di lui una persona unica.
Lo diremo sempre forte e chiaro.
Correggeremo sempre quelli che lo pronunciano male.
Diremo a tutti quelli che ce lo chiedono cosa significa, perché "Per sempre resistente" è proprio un bel nome.

Say my name.


Wednesday, February 1, 2017

Vegliare

Vegliare.
Ho sempre amato questo verbo; racchiude l'essere all'erta, l'attesa e la speranza.

È quel che in molte città del Canada si è fatto due sere fa, ventiquattro ore dopo la strage di Quebec City. A Montreal l'evento è stato organizzato nel giro della mattinata da quattro giovani cittadini che non credo sperassero di ottenere una tale risposta.
Undicimila persone.
Tutte radunate nella piazza di fronte al Metro Parc, scelto perche vicino ad una moschea, nel cuore di uno dei quartieri a più alta concentrazione di abitanti di religione islamica.
Undicimila persone che hanno scelto di esserci alle sei di sera di una giornata di gennaio con temperatura a -18 e venti gelidi.
Noi non abbiamo esitato un attimo. O forse un attimo sì, viste le temperature, e ci chiedevamo
"Siamo degli irresponsabili? Portare un bambino di neanche 4 anni ad una veglia alle sei di sera, ora in cui i bambini nordamericani di solito hanno già cenato e son quasi in pigiama?!"
L'esitazione è durata giusto un attimo, poi eravamo tutti e tre sull'autobus che ci portava alla manifestazione. Ci siamo subito rilassati quando abbiamo visto che no, non eravamo gli unici con bambini. Al contrario di bambini ce n'erano una marea, anche più piccoli del Sig. Tenace. In effetti potevamo immaginarlo, visto che noi stessi avevamo saputo dell'evento tramite i genitori dei compagni di asilo del Sig. Tenace.


link


Il messaggio era chiaro: non si era lì tutti insieme solo per ricordare e stare vicini ad una comunità ferita.
Si vegliava anche per trasmettere ai figli che Montreal, come il resto del Canada, vuole essere "stronger not in spite of our differences, but because of them".




Alcuni signori di una certa età hanno visto il Sig. Tenace, ben coperto nella sua tuta da sci, e ci hanno chiesto "È la sua prima volta? Benvenuto!". Sì, e di sicuro non sarà l'ultima.

Ieri mattina leggevo uno schifo di articolo di una psicoeducatrice che suggeriva di non parlare di questi eventi ai bambini in età prescolare e, nel caso in cui, per sbaglio, questi venissero esposti alla notizia dire loro cose tipo "Non so perché quel signore l'abbia fatto" per evitare che al bambino venga poi l'ansia da "uomo cattivo". Ma dico, scherziamo!?

Il Sig. Tenace sa perché siamo stati in piazza.
Sa che c'è stato un uomo biondo con gli occhi azzurri che ha fatto molto male a delle persone perché erano diverse da lui e perché sono della religione di Ratiba, una delle sue maestre.
Sa che quel signore adesso è con la polizia che fa in modo che non faccia più male ad altre persone. Sa anche che tutta quella gente era in piazza per dire che quello che è successo è sbagliato e, a differenza del signore biondo, tutta quella folla vuole vivere in mezzo a persone diverse da loro.

link



























Come si diceva alla fine di un film

I genitori hanno due compiti fondamentali. Il primo è quello di difendere il proprio figlio dalla malvagità del mondo. Il secondo è quello di aiutarlo a riconoscerla.

Tutti quei bambini.
L'altra sera siamo tornati a casa con la speranza nel cuore.



Monday, January 30, 2017

L'effetto Trump - aggiornamento

Volevo scrivere del capodanno cinese,
volevo condividere su questo blog il profondo senso di accoglienza e fratellanza che il Sig. Tenace, il Teodolindo ed io abbiamo vissuto sulla nostra pelle in questo fine settimana in cui la comunità cinese ci ha fatti sentire parte di una grande famiglia.
Poi mi sono svegliata stamattina e il calore che avevo nell'anima si è ghiacciato di fronte agli eventi di Quebec City.

L'attentato di Quebec City avviene pochi giorni dopo il Muslim Ban di Trump, subito dopo la dichiarazione del primo ministro canadese Trudeau riguardo al fatto che il Canada avrà sempre le porte aperte, e mentre si discute se il Canada debba accogliere le persone toccate dall'ordine esecutivo di Trump.

Bisogna dirlo forte:
questo è l'effetto Trump oltre confine;
questo è l'effetto delle parole di politici canadesi come Kellie Leitch che vorrebbero selezionare i nuovi immigrati con un'intervista di 5 minuti sulla possibile presenza di "valori anti-canadesi" - che poi si arriva al paradosso del tipo noi diamo valore alla tolleranza e se tu mi sembri poco tollerante noi non ti tolleriamo quindi fuori da qui...

La dichiarazione di Trudeau sugli eventi di ieri sera, per fortuna, ribadisce in modo chiaro e limpido la linea del governo e quelli che davvero sono i valori canadesi:

"Diversity is our strength, and religious tolerance is a value that we, as Canadians, hold dear.
Muslim-Canadians are an important part of our national fabric, and these senseless acts have no place in our communities, cities and country. Canadian law enforcement agencies will protect the rights of all Canadians, and will make every effort to apprehend the perpetrators of this act and all acts of intolerance."

Il Canada resisterà?

Wednesday, January 25, 2017

Plumcake di riso, al volo

Scrivo questa ricetta di plumcake di riso come l'ho fatta ieri sera. Al volo.

La ricetta arriva da un numero recente de La Cucina Italiana.

È andata così. Torno a casa dal lavoro con il Sig. Tenace, abbastanza stremati entrambi perché il meteo qui a Montreal ieri è stato folle e anche solo camminare sul marciapiede dalla fermata del bus a casa è stata un'impresa. Le giornate che vanno così bisogna aggiustarle, e per me il primo modo per aggiustare una giornata difficile è cucinare.
Torta per la colazione sia, allora.
Prendo le riviste di cucina e propongo al Sig. Tenace la scelta tra due torte semplici, da colazione:
"Sig. Tenace, quale vuoi? Questa (indico la foto) torta alla farina di cocco, amarene e yogurt o questo (indico altra foto) plumcake di riso e cioccolato?"
Senza esitazione, punta il dito
"Questo"
Alberello di bigné con crema al limone. 

"No, sig. Tenace, non ci siamo capiti. Queeeesto (schiaccio il mio indice sulla foto della torta al cocco) o queeeesto (metto foto del plumcake sotto il suo naso)?"
Lui, irremovibile, indica di nuovo l'alberello.
"Va bene, Sig. Tenace, scelta perfetta, sono d'accordo. Vada per il plumcake di riso!".

Nel frattempo torna a casa il Teodolindo. Ha un polso gonfio e viola perché la mattina è caduto sul ghiaccio. Con in braccio il Sig. Tenace.
Gli dico di riposarsi, che mi occupo io della cena, quindi i due uomini di casa si sistemano sul pavimento a giocare. Ma io sono a due metri da loro, presa dal fare una torta e la tentazione per il Sig. Tenace è troppo forte. Ricordo a chi legge che la cucina, per il Sig. Tenace, è una cosa seria.
La scena per l'ora successiva è la seguente:
Il Teodolindo e Sig. Tenace giocano tranquilli.
Io prendo le uova e mi appresto a separare i tuorli dagli albumi.
Il Sig. Tenace se ne accorge, molla tutto, dice al Teodolindo "Aspetta qui!", viene al tavolo, separa gli albumi dai tuorli e poi torna a giocare.
Io tiro fuori dall'armadietto lo sbattitore per montare gli albumi a neve.
Il Sig. Tenace scatta (sia mai che qualcun altro in casa possa usare lo sbattitore. È sua proprietà privata), ripete al Teodolindo "Aspetta!", corre da me, monta a neve gli albumi e poi torna al gioco.
Uno stress, povero bambino.
Notare che giocavano a fare una torta con il playdoh.

Foto fatta stamattina alle 6.10, da cui l'illuminazione


Questa è la ricetta.

500 ml di latte
150 g di riso (o proverei anche con il miglio)
80 g di burro ammorbidito
80 g di zucchero di canna
3 uova
50 g di cioccolato amaro (io 70%)
un pugno di mirtilli rossi o uvetta o ciliegie

Portare il latte a ebollizione. Versarci il riso e far cuocere a fuoco medio, mescolando di tanto in tanto, per 20 minuti. Frullarlo con il frullatore ad immersione fino a consistenza desiderata: preferite che si sentano i chicchi? Non frullatelo.
Separare i tuorli dagli albumi. In una ciotola mescolare i tuorli con lo zucchero ed il burro. Aggiungere il riso, il cioccolato e i mirtilli rossi. In ultimo incorporare gli albumi montati a neve.
Versare il tutto in uno stampo per plumcake imburrato.
Far cuocere in forno preriscaldato a 160 gradi C per 40 minuti.

La consistenza è molto particolare, a metà tra un budino ed una torta tradizionale. È golosissima e perfetta se si vuole variare un po' rispetto alle solite torte da colazione.

When the little hand gets in the way...




Monday, January 23, 2017

Il mio comodino. Gennaio 2017

Ho in mente di fotografare il mio comodino una volta al mese, per un anno. Questo è il proposito, poi vediamo se riesco a tenere fede al progetto o se non mi perdo via.

In data 15 gennaio il mio comodino si presentava così:



Per caso, o forse non per caso, il comodino è condiviso da tre donne che secondo me andrebbero molto d'accordo tra loro. Le presento in ordine di anzianità:

Elisabeth Catez, meglio nota come Elisabetta della Trinità.
Leggo una pagina o due delle sue Opere Complete ogni sera. È un cioccolatino per l'anima che mi gusto prima di dormire, ma sono a pagina 620, la scatola sta per finire.

"Crois toujours à l'amour" malgré tout ce qui se passe.

"C'est la simplicité qui rend à Dieu honneur et louange... C'est elle qui nous transportera dans la profondeur où Dieu habite."


["Credi sempre all'amore" qualunque cosa accada.
È la semplicità che dà gloria e onore a Dio. È essa che ci trasporterà negli abissi in cui Dio abita.]


Rebecca Solnit, "Men explain things to me".
Uno di quei libri che riescono contemporaneamente a farti infuriare, a consolarti e a farti sperare. Spero in un mondo in cui donne e uomini siano più consapevoli di un concetto come quello del mansplaining, auspicando che la consapevolezza porti al cambiamento.

Per inciso, dicesi mansplaining quel fenomeno per cui gli uomini danno spiegazioni alle donne, spesso in tono paternalistico, su argomenti ovvi o in cui la donna in questione è esperta, partendo dal presupposto che loro ne sanno di più o che comunque sanno spiegarlo meglio. Lo so, se siete donne sapete benissimo di cosa sto parlando.

"Men explain things to me, still. And no man has ever apologized for explaining, wrongly, things that I know and they don't. Not yet, but accordingly to the actuarial tables, I may have another forty-something years to live, more or less, so it could happen. Though I am not holding my breath."
[Gli uomini continuano a spiegarmi cose. E nessun uomo si è mai scusato per avermi spiegato, in modo incorretto, cose che io so e loro no. Almeno non ancora, ma secondo le aspettative attuali, io potrei avere ancora una quarantina di anni da vivere, quindi può sempre succedere. Anche se non sto qui con il fiato sospeso.]

Silvia Pareschi, "I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani".
Questo libro mi ha sorpreso. Frequento il blog di Silvia assiduamente e lei è di casa da queste parti. Di conseguenza, avevo già sentito, in forma ridotta o diversa, la maggior parte delle storie che lei racconta nel libro. Mi aspettavo quindi di ritrovare qualcosa di noto, e invece, per quanto molti elementi siano familiari (le sorelle della perpetua indulgenza, la residenza di Carl Djerassi,...) il libro mi tiene attaccata alle pagine come se stessi leggendo un giallo. Familiarità unita a sorpresa: ditemi voi se queste non sono le caratteristiche perfette di un buon libro.
E così lo centellino. Un racconto a sera al massimo. Un po' come quando stai prendendo un bicchiere di vino con un'amica e vuoi che duri molto di più di quei 150 cc.

"Già, i puma. Oggi ho portato con me un bastone, sembra che insieme al ruggito sia un elemento di protezione essenziale. La cosa migliore, però, sarebbe riuscire ad assestare un calcio sul naso dell'animale. Così dicono. Immagino la scena: io che ruggisco, roteando un bastone e alzando la gamba in un'agile mossa di kick boxing."






P.S. le traduzioni, come al solito, sono le mie personali, quindi molto approssimative...

Tuesday, January 10, 2017

When in Canada...

...do as Canadians do.
O, parlando come magnamo, "paese che vai, usanza che trovi".

Stamattina ho accompagnato all'asilo il Sig. Tenace. Succede di rado, poiché di solito è il Teodolindo a portarlo ed io a recuperarlo, ma stasera lavorerò fino a tardi così ci siamo invertiti il compito. Non che mi dispiacesse, anzi, perché oggi è un giorno speciale: da oggi, ogni martedì fino a marzo, la classe del Sig. Tenace e quella dei bambini di un anno più grandi andranno a pattinare sul ghiaccio.




Il Sig. Tenace era eccitato e io forse più di lui. Si è caricato sulle spalle il suo zainetto con dentro i pattini e il caschetto appeso fuori. Poi ci ha infilato anche due cerotti, non si sa mai.

Siamo arrivati all'asilo e ho potuto vedere 16 infanti tra i 3 e 4 anni galvanizzati, tutti con già addosso la tuta da sci, guanti e cappello e sulla schiena lo zaino con il prezioso contenuto. Ora, la regola è che lo zaino debba essere di dimensioni e peso tale da poter essere portato dal bambino. Per la stazza e forza del Sig. Tenace non è affatto un problema, ma io vedevo alcune sue compagne che pesano quei 6-7 kg meno del nostro eroe e mi chiedevo non tanto come arrivino alla pista da pattinaggio, ma soprattutto come possano ritornare indietro dopo aver pattinato per due ore a -15 gradi.

Le maestre erano le più rilassate del mondo. Ben abituate a portarli fuori ogni giorno, non erano sicuramente spaventate da un laghetto ghiacciato con sopra 16 bambini sui pattini, mentre la parte pessimista che è in me immaginava scenari con traumi cranici e dita amputate da pattinatori in erba.
Quando ce l'avevano comunicato il Teodolindo ed io avevamo strabuzzato gli occhi: "Ma come?! A questa età? Sul ghiaccio? Ma sono piccini!". La maestra del Sig. Tenace aveva sorriso bonariamente: "Qui in Canada tutti sono sui pattini a tre anni!".

Per alcuni bambini sarà la prima volta in assoluto sui pattini, per il Sig. Tenace la seconda. Non potevo perdermi il suo battesimo del ghiaccio, perché a me pattinare piace proprio tanto, e così qualche giorno fa l'abbiamo portato al Lac aux Castors, accompagnati da amici provetti pattinatori che l'hanno aiutato in modo superbo (Grazie Silvia S.!). Questa una foto di quel giorno.

Ancora troppo affascinato dai pattini per alzare la testa...


L'altra abitudine tipicamente canadese che ormai abbiamo sdoganato è il pisolino sul bob. Non potendo, quando c'è troppa neve, usare il passeggino, qui si utilizzano bob e slittini per trasportare i bambini. E così ogni tanto si vedono genitori che tirano bob con dentro bambini dormienti. Lo scorso inverno il Sig. Tenace è sempre stato troppo eccitato dall'usare il bob per contemplare l'idea di dormirci dentro, mentre quest'anno le cose sono cambiate e questo era lui il 31 dicembre scorso, mentre eravamo usciti per fare due commissioni:

Coperto di neve, il Sig. Tenace se la dorme mentre il Teodolindo gli sistema dentro il bob la gamba che oramai faceva da spazzaneve 


Il Teodolindo, chi lo conosce di persona può immaginarselo, era a dir poco imbarazzato: "Mi sembra di portare in giro una salma!". Sorrideva ai passanti, peraltro per nulla sconcertati dal Sig. Tenace ronfante, e diceva: "Sta dormendo!". Quelli lo guardavano come dire "Embe'?! Sai che roba!".
Boh, forse le abitudini le stiamo prendendo, ma dentro siamo ancora molto italiani...





Nota: può darsi che le foto del Sig. Tenace, per quanto in esse sia poco riconoscibile, scompaiano dal post tra qualche giorno. Avviso per chi dovesse passare di qua in futuro.